Alla fine, all'ultimo
Oggi ho incontrato Silvia in un locale interrato dalle parti di Sant’Ambrogio, ormai familiare quanto la sua puzza di muffa e di cantina vaporizzata alla salsedine. Fuori non c’era niente da vedere, se non i tram e il balletto delle automobili al semaforo, però a stare un po’ senza finestre mi veniva voglia di alzarmi ogni momento per dare un’occhiata a quale fosse il nuovo nulla illuminato dal sole.
Ho ordinato una pizza con le acciughe e le olive tostate, violacee e carnose. Squisita. Ho ordinato anche una porzione di verdure fritte, roba surgelata di sicuro, ma di cui mi interessava soprattutto il sapore della pastella esterna. Avevo prima appetito e poi persino fame, o forse una forma ibrida e confusa di entrambe le cose, spiegabile in maniera banale con il desiderio di gustarmi rapidamente le cose che in questo periodo mi piacciono di più.
Mentre discutevamo di sogni, come quasi sempre nella prima parte dell’incontro, mandavo in onda le immagini di noi che ci salutavamo e delle gambe che a due a due si dividevano verso l’Università e l’ufficio. Poi ho anche visto la telefonata di qualche settimana dopo in cui ci si dava un altro appuntamento, e poi ho visto noi due che decidevamo in Largo Gemelli se tornare ad ammuffire o se cambiare.
Ho mangiato in fretta, cercando di non lasciare che i piatti si raffreddassero, forzando lo stomaco a fare velocemente posto. Poi altro posto e infine più posto ancora. Ho mandato giù via via con sempre meno piacere, e con crescente difficoltà sentivo gli archi di pasta più spessi ammucchiarsi all’altezza del piloro come pezzi di tetris fuori sede.
Fra un boccone e l’altro guardavo la forchetta, le altre posate, i bicchieri. Osservavo Silvia come sprofondato sulla corda della sua voce, così che non saprei dire che espressione avesse la sua faccia e che colori, se non per l’intuito che andava e veniva. Negli intervalli, avevo occhi solo per contare quanto mancasse alla fine della birra, alla fine della pizza.
Sempre a controllare quanto manca alla fine, ho pensato all’ultimo.
Stasera l’ho capito.
E’ così che vivo, io.
Ho ordinato una pizza con le acciughe e le olive tostate, violacee e carnose. Squisita. Ho ordinato anche una porzione di verdure fritte, roba surgelata di sicuro, ma di cui mi interessava soprattutto il sapore della pastella esterna. Avevo prima appetito e poi persino fame, o forse una forma ibrida e confusa di entrambe le cose, spiegabile in maniera banale con il desiderio di gustarmi rapidamente le cose che in questo periodo mi piacciono di più.
Mentre discutevamo di sogni, come quasi sempre nella prima parte dell’incontro, mandavo in onda le immagini di noi che ci salutavamo e delle gambe che a due a due si dividevano verso l’Università e l’ufficio. Poi ho anche visto la telefonata di qualche settimana dopo in cui ci si dava un altro appuntamento, e poi ho visto noi due che decidevamo in Largo Gemelli se tornare ad ammuffire o se cambiare.
Ho mangiato in fretta, cercando di non lasciare che i piatti si raffreddassero, forzando lo stomaco a fare velocemente posto. Poi altro posto e infine più posto ancora. Ho mandato giù via via con sempre meno piacere, e con crescente difficoltà sentivo gli archi di pasta più spessi ammucchiarsi all’altezza del piloro come pezzi di tetris fuori sede.
Fra un boccone e l’altro guardavo la forchetta, le altre posate, i bicchieri. Osservavo Silvia come sprofondato sulla corda della sua voce, così che non saprei dire che espressione avesse la sua faccia e che colori, se non per l’intuito che andava e veniva. Negli intervalli, avevo occhi solo per contare quanto mancasse alla fine della birra, alla fine della pizza.
Sempre a controllare quanto manca alla fine, ho pensato all’ultimo.
Stasera l’ho capito.
E’ così che vivo, io.
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