Wednesday, June 17, 2009

Alla fine, all'ultimo

Oggi ho incontrato Silvia in un locale interrato dalle parti di Sant’Ambrogio, ormai familiare quanto la sua puzza di muffa e di cantina vaporizzata alla salsedine. Fuori non c’era niente da vedere, se non i tram e il balletto delle automobili al semaforo, però a stare un po’ senza finestre mi veniva voglia di alzarmi ogni momento per dare un’occhiata a quale fosse il nuovo nulla illuminato dal sole.

Ho ordinato una pizza con le acciughe e le olive tostate, violacee e carnose. Squisita. Ho ordinato anche una porzione di verdure fritte, roba surgelata di sicuro, ma di cui mi interessava soprattutto il sapore della pastella esterna. Avevo prima appetito e poi persino fame, o forse una forma ibrida e confusa di entrambe le cose, spiegabile in maniera banale con il desiderio di gustarmi rapidamente le cose che in questo periodo mi piacciono di più.

Mentre discutevamo di sogni, come quasi sempre nella prima parte dell’incontro, mandavo in onda le immagini di noi che ci salutavamo e delle gambe che a due a due si dividevano verso l’Università e l’ufficio. Poi ho anche visto la telefonata di qualche settimana dopo in cui ci si dava un altro appuntamento, e poi ho visto noi due che decidevamo in Largo Gemelli se tornare ad ammuffire o se cambiare.
Ho mangiato in fretta, cercando di non lasciare che i piatti si raffreddassero, forzando lo stomaco a fare velocemente posto. Poi altro posto e infine più posto ancora. Ho mandato giù via via con sempre meno piacere, e con crescente difficoltà sentivo gli archi di pasta più spessi ammucchiarsi all’altezza del piloro come pezzi di tetris fuori sede.

Fra un boccone e l’altro guardavo la forchetta, le altre posate, i bicchieri. Osservavo Silvia come sprofondato sulla corda della sua voce, così che non saprei dire che espressione avesse la sua faccia e che colori, se non per l’intuito che andava e veniva. Negli intervalli, avevo occhi solo per contare quanto mancasse alla fine della birra, alla fine della pizza.

Sempre a controllare quanto manca alla fine, ho pensato all’ultimo.

Stasera l’ho capito.

E’ così che vivo, io.

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Tuesday, June 16, 2009

Record

Oggi ha posato la forchetta per lungo sul piatto, nella direzione della tavola stessa, sul piatto blu, lasciando tutti da un lato alcuni quadratini giallognoli di pasta di kamut cui aveva sottratto la parte-pizza sovrastante. Con quel tondo un po’ astratto negli occhi e una tazza rivestita da una pecorella da cui aspirava il brodo con la cannuccia, stava già partendo per il sonno. “Di che colore la vuoi papà?”, mi ha detto Piede Freddo sfilando il cassetto e frugando nella busta fra le cannucce rimaste.
“Verde”, ho risposto.
“Non c’è”, ha detto lui, immergendone in fretta una di quel colore dentro al fascio delle altre.

“Vuole che tu ne prenda una uguale”, mi ha sussurrato Mina senza darlo a intendere.
"Ce n'è una come la tua?", ho chiesto quasi con naturalezza.
Allora me l’ha portata subito fucsia ed è andato a finire la sua bibita meno solo, con una madre che gli aveva letto nel pensiero e un padre da record che aveva capito tutto già al secondo tentativo.

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Monday, June 15, 2009

Mi sono svegliato

Mi sono svegliato di notte ancora. Sempre che avesse smesso di piovere, sono uscito com'ero nel sonno fra le piante a pisciare, ora che da parti ormai disabitate del cielo nuove umide lenticchie giungevano in ritardo all’appuntamento con il suolo. Così mi è sembrato di veder gocciolare le stelle e alcuni metalli in discesa sul prato, fintanto che anche il peso dell'acqua sulle peonie mi ha convinto che tutto l'universo stava scendendo ad un'altezza di due metri e che si stava abbassando ancora su di me disteso per farmi riprendere sonno.

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Sunday, March 29, 2009

Apologia del rovo

Uitanubi, Valmarino?

Un amico.

Avvocato?

Scrittore sotto copertura. Non ha mai messo giù niente, tranne il manoscritto che ho inventato io. Purtroppo non ha un cognome da scrittore, e ho dovuto cambiarlo.

Un bel uomo con un bel nome, anche se d’arte.

Una “funzione Hemingway”.

E Papo?

Papo non esiste. Esiste Padre Cesar, che gli ha prestato il corpo e il mestiere.

E la storia del funerale, allora?

Vera. Ma non ci andai con Padre Cesar, bensì con il vero parroco, un alcolista. Padre Cesar era ormai solo una potente voce da patriarca fra la sua stanza e la messa del mattino. Era già vecchio, e non guidava.

E la perpetua, Lisa?

Lisa è il nome di una signora con molte asimmetrie: sul volto, alle spalle, nelle radici familiari. Molto colta: senza di lei non avrei conosciuto la cruda architettura del Brasile. Ma la perpetua era un’altra. Si chiamava Elsa.

Parla poco di loro. Poca Mumi, anche. Un po’ di Malina/Alicia…

Mumi è una scheggia di letteratura spagnola.

Uno stereotipo.

No, un amuleto. E un suono. A volte

Una doppia invenzione.

No. Due donne vere con due nomi, di cui uno falso: Medina Grava Mendes. Mumi qui non è rappresentata. La conosco quanto si può conoscere un’ape regina che lavora con gli operai, ma la sera si ritira in una splendida dimora tutta di legno.

L’identità nello scricchiolio.

Ne ho conosciute più d’una di donne così.

Ma fra lei e Hugo?

Niente, per ora. Hugo potrebbe essere un suo amante, ma l’ho invecchiato apposta per rendere difficile l’esperienza e sospendere l’erotismo.

Hugo è lei, Uitanubi?

Solo il torso nudo. Il maglione invece è di un grande paesaggista inglese.

Mi fa pensare. Forse c’è più di lei in Rospetti.

Forse. Ma lui è più avanti di me: lui è uno scrittore a voce. Io sono ancora uno scrittore a mente, come Valmarino.

Una differenza di densità.

Virgilio è già al secondo livello di condensazione: le parole pronunciate crollano lo stesso, ma con meno rumore che al terzo, sulla carta.



Le è piaciuto il concetto di “meno umano”?

Lei immagina di sì, vero? Se lo immagina è perché il concetto non è suo, perciò non può vergognarsi d’aver ceduto all’autocompiacimento.

L’idea di “minor umanità” è la maggiore. Appartiene a una mia parente devastata dalla simpatia. E’ per merito suo se ho capito che non apparteniamo a questo pianeta.

Qual è il suo pianeta, Uitanubi?

Qui sono un pellerossa. Ma solo per il nome e per la cattività.

Pellerossa come Nuove Colline…

Siamo della stessa specie.

Allora le farò tre richieste da stregone.

La ascolto.

Un’apologia del rovo. Un…
Le sta suonando il telefono?

Ma siamo già al telefono.

Certo. Allora è la fine del sogno.

Ma allora, Kraak...

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Thursday, February 12, 2009

Madonna dell'Insalata

Tutti stasera fanno la via per Carpineto. Non quella diretta, che passa dove c’erano le due cascine, la Inferno e la Purgatorio, ma quell’altra, di sassi, che fa un paio di pieghe dentro i campi d’orzo prima di prendere il ramo per casa nostra.
Una specie di freccia bitorzoluta che finisce nel fiume.

La gente ha un sacco di tempo da perdere. Non come quando ero ragazza e la mattina scappavo dalla cucina per correre all’allevamento, e lasciavo le fette già pronte di pane raffermo sul vassoio di vimini per i bambini. A tutto il resto ci pensava mio marito, al latte, al burro, allo zucchero, alla marmellata fatta con le mie mani e le mie susine.

Mentre i figli crescevano io correvo. Andavo veloce per la strada da cui non si vede niente, serre e altre serre e solo serre da entrambi i lati. Quasi in fondo c’erano le stalle, poi i porcili dove passavo quasi l’intera giornata a lavorare e a comandare.

Zolfo arrivò che era una bestia già adulta. Gerolamo l’aveva vinto alla festa di Campagnoli, per un due di bastoni in più. Era un orgoglio di toro nero da farti alzare il mento quando andavi in paese. Gli ci vollero tre ore per portarlo in azienda, contro i venti minuti con la zavorra che sarebbero bastati all’animale. Ma mio marito non era diverso dagli altri uomini che tornano la notte dalle osterie.

Quando lo trovammo pronto per il macello, ci accorgemmo che il toro si era costruito un destino diverso. Asia e Lucia avevano molte ore per lui, fino al pomeriggio del carro bestiame con cui lo portarono via. Guardava da due occhi densi di scuro come lo spazio lontano da Alnath, brillanti oltre i tagli di legno del rimorchio, coetanei ai bambini, rappresi nello sforzo di dire: “Sono stato senza catene”.

Sapemmo la mattina dopo dell’incidente a Carpineto, all’altezza dell’edicola che protegge la Madonna dell’Insalata, e le fummo devoti.
Poco tempo dopo emigrammo. Vendemmo le stalle, la terra. Portammo via i figli dal dolore ineffabile. Ricordo che quel giorno mi sentii come se per quarant’anni avessi abitato dentro a un cespuglio di rovi.

Da: “Zolfo e basta racconti” di Ada Nir, Edizioni Kraak, Trieste 2005

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Domani

Domani attraverserà il suo piccolo ponte.
Saranno un minuto e tre baci alla cornice del viso.
Avrà nel pugno la ricchezza e nel calice di un tulipano.
Lascerà i suoi doni sulla falda del primo cielo scuro.
Incontro le si farà Maria, lasciando il molo e la sua piccola barca.

Da: “Diario” di Alicia Aguilar – Edizioni Kraak, Trieste 2004

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Wednesday, February 11, 2009

Nel campo

Digito le lettere che vanno a formare le parole “nel campo” sul display e sento scattare qualcosa dentro alla porta, l’ultima in fondo al corridoio, al piano ammezzato. Poi inserisco la chiave e giro fino a che c’è da girare, cioè quattro volte. Con il mezzo scatto finale si può aprire la serratura, vista l’assenza di una maniglia esterna. Letterale come so di essere spesso, mi aspetto dinanzi lo studio di Kraak, subito.

Invece no: c’è un risicato disbrigo che conduce a due pertugi e si imparenta con uno stretto corridoio. A colpo d’occhio, almeno altre quattro porte, più una quinta dritta in fondo, due per lato. C’è pochissima luce, e arriva tutta dalla seconda porta sulla sinistra, aperta su una stanza che, se non mi sono disorientato, guarda su via Froebel. Non ho il tempo di riflettere, di aspettare un brivido o un ammonimento: sono già davanti ad essa. Credo di non aver sentito nemmeno il rumore delle mie suole di gomma sul pavimento di cotto, delle mattonelle esagonali rossicce tirate a cera molto tempo prima, ma forse non più calpestate. La porta chiara che mi interessa, tutta di legno, è spalancata. Dalle feritoie orizzontali delle persiane entra luce sufficiente a farmi attraversare il quadrato con una sicurezza da geometra, diretto verso la saracinesca.

Ho già teso la corda, il chiarore è aumentato ovunque, alle mie spalle. Dev’essere che portare la luce (anche se da contoterzista, come sto facendo io) è un’operazione mai del tutto innocua, che qualcosa succede. Mi sembra di fare tutto troppo presto. Senza averci pensato, se non in questo stesso momento, mi fermo. Allora trattengo la corda ancora per poco in tensione e, anziché tirarla verso il basso, la riporto all’incirca nella posizione di partenza. Mollo la presa. Mi guardo intorno. C’è un divano a due posti, in stoffa chiara, su cui si dilatano le basse frequenze della luce. Penso che potrei gustarmi la penombra di quella postazione per sedermi, capire dove sono e, soprattutto, da dove viene quell’abito da impiegato archivista neoassunto di cui l’appartamento buio mi ha rivestito.

Non mi siedo, mi stendo. Non ci sto per intero, ma è un disagio di cui non mi accorgo, perché il divano mi culla affettuosamente con una livrea di fili d’erba e scabiose, calmando un irrefrenabile desiderio di uscire e lasciare al loro silenzio tutti i dettagli veri della vera vita di Kraak, di Malina e degli antenati. Fingerò d’essere un ospite discreto e non li lascerò dare suggerimenti, né intimità. Prenderò solo la mezz’ora di sonno che mi viene offerta e il serpentello d’aria che entra dalla finestra accostata sfilando sotto il mio naso con i metodi di un cartone animato.

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Tuesday, February 10, 2009

Oskar Kraak/Autobiografia/9/Malina

Pregai mia madre di lasciarmi ogni cosa, quando si stancò dell’appartamento di via Friedrich Froebel e della sua effimera vita italiana per tornare da mio padre. Gli anni di separazione, liquefatti in quelli di una vita, erano stati alla fine pochi, ma pieni di raffreddori.
Non per le molte ore passate con le mani gelate nell’humus e nel muschio, ma per quella finestra che teneva sempre aperta o socchiusa, alla quale tendeva il naso interrogando il calendario. Un profumo di terra rastrellata su cui cala una sera fresca significava un giorno da metà marzo in poi; quello umido e marcito del legno di viburno vecchio voleva dire una settimana di pioggia a maggio. E così via. “Lampone, che giorno è oggi?”, le chiedeva in passato mio padre spuntando trasognato dall’igloo di vetro, mentre lei avvolgeva le viti ai muri. “Il 20 di ottobre, credo”. “Ma se siamo in agosto?”. “Può darsi, ma l’odore del verderame è quello di quando sta lì da almeno due mesi”.

Senza la finestra aperta mia madre perdeva ogni rapporto concreto con il tempo e la memoria, rischiando di riordinare gli eventi come nei pezzi di un sogno che si racconta: l’Olanda prima del Cile, il Sudafrica della sua testa intrecciato all’Italia. L’unico dato costante restava quel rubicondo chignon a pallini simile a un lampone che le costò sempre molto lavoro ma le valse il nomignolo di Malina, con cui mio padre aveva stabilito un codice d’accesso ad uso familiare.

Nessuno ebbe mai l’autorità per imporle di chiuderla, quella finestra, così che presto il telaio di legno perse la forma e non si riuscì più a ricacciarlo nell’imposta. Katarina, la più pratica della famiglia, tentò di obbligarlo premendolo con un grosso vaso di roccia. Credo fosse una delle prime giornate intere della nostra adolescenza in cui potevamo disporre completamente di casa.
Più che mettere i piedi sui divani e far accucciare Spleen sopra il letto, per il resto ci annoiammo moltissimo. Perciò volli dare un’occhiata agli appunti del libro cui mia madre si stava dedicando, in cui diceva di voler raccogliere i ricordi di quasi trent’anni di lavoro in giardino. Ogni tanto mi passava qualche cartella da leggere, ma solo quando era soddisfatta di quello che aveva scritto, e voleva essere certa che avrebbe ricevuto un parere positivo. Malina Kraak non amava essere corretta. Preferiva piuttosto un’opinione preventiva, un suggerimento: ottenuto lo stesso da me o da mio padre, entrava in un silenzio letterario assoluto, da cui usciva con meno di cento righe piene di foglioline seghettate e nomi latini.

Trovammo invece, cosa che capita ai figli sprovveduti, un diario. Il brano che ho riportato è la seconda trascrizione, dopo quella che feci quel pomeriggio nella stanza irrorata nel finale dal sole, in cui entrammo convinti di rubare qualche segreto a una paesaggista olandese e scoprimmo invece l’aldilà di Alicia Aguilar, mezza madre nostra altra.

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